Mergermania in salsa emiliana: non è solo una “cosa da grandi”

Un boom di operazioni dal 2011 ad oggi: 436 per un controvalore di oltre 16 miliardi. Prevalgono il settore industriale (41%) e quello consumer (33%) 

di Enrico Spazi

 

Una regione perno. Potremmo definire così l’Emilia-Romagna guardando il numero e le caratteristiche delle fusioni e acquisizioni concluse nell’arco del 2016 e continuate anche in questo primo mese del 2017. Basta dare una scorsa alle cronache finanziarie per rendersi conto dell’entità del fenomeno. Un fenomeno diffuso, però, che non riguarda solo i grandi nomi dell’imprenditoria regionale. Facciamo qualche esempio. La bolognese Biolchim spa, azienda leader nella produzione e commercializzazione di fertilizzanti controllata dal fondo Wise SGR insieme al management, ha rafforzato la propria posizione nel mercato ungherese con l’acquisizione di una quota di maggioranza del 70% in Matécsa Kft, azienda produttrice di terriccio e substrato. Il gruppo modenese SEM, tra i principali operatori in Italia nelle acque minerali naturali di sorgente, ha comprato la maggioranza di Acqua Claudia srl, società a cui fa capo la storica fonte di acqua minerale effervescente naturale di Anguillara Sabazia in provincia di Roma e sottoposta a procedura fallimentare al tribunale di Civitavecchia. E restando in tema di liquidi, il gruppo riminese Celli, attivo negli impianti per la spillatura di bevande, ha acquisito il 100% di Cosmetal, società marchigiana produttrice di soluzioni per l’erogazione di acqua da bere.  Nel biomedicale, a fine anno la modenese Sidam ha acquisito il 75% dell’inglese Btc Medical Europe. Nuova Castelli, boutique dell’agroalimentare, è andata in New Jersey per acquistare Empyre Specialty Cheese, un vero cavallo di Troia per espandersi nel mercato americano con i marchi dop italiani. Perfino le Canarie fanno gola, e non solo nel food: la riminese Maggioli ha acquistato la spagnola Galileo (basata nell’arcipelago) e Inalca (gruppo Cremonini) il Grupo Comit, che già distribuisce il made in Italy alimentare nel polo turistico internazionale. Insomma, occhi e porte spalancate sul mondo. E a proposito di “porte”, è ancora recente l’acquisizione estiva della sudafricana Centurion Systems da parte di Faac, che ha messo ormai alle spalle le incertezze sulla proprietà contesa, e regala soddisfazioni al trust che la gestisce e alle buone azioni della curia che si occupa solo di destinare i dividendi. Venendo ai grandi nomi, Alfasigma (frutto tra l’altro della recente fusione Alfa Wassermann e Sigma Tau) ha inglobato da Nestlè l’americana Pamlab, leader nella produzione di integratori alimentari. Granarolo tramite un’asta si è aggiudicata Pandea Dietetica, specializzata nella produzione di prodotti da forno con e senza glutine entrando così nel comparto bakery. Ima ha fatto recentemente un doppio shopping conquistando una quota dell’80% della parmense Mapster e una di minoranza della ferrarese Petroncini, due deal che puntano a rafforzare il colosso del presidente di Confindustria Emilia Alberto Vacchi nel settore dei macchinari per il settore “coffee single serve” e di processo. Nel confezionamento di tè e tisane, invece, il colosso bolognese ha impacchettato per 7,7 milioni di dollari il 70% dell’argentina Mai. E la concorrente diretta Coesia del gruppo Seragnoli, che negli ultimi anni ha perfezionato 16 acquisizioni e prepara le prossime analizzando ben 120 dossier di imprese di decine di paesi, ha da poco acquisito Emmeci, che è italiana, ma è leader globale nella nicchia dei macchinari per il packaging dei beni di lusso. E la “terza forza” del packaging bolognese, Marchesini Group del presidente di Confindustria Emilia Romagna Maurizio Marchesini, ha annunciato l’altro ieri di aver acquisito la storica azienda familiare bolognese Dumek che produce macchine di processo per cosmetici con 3,5 milioni di fatturato. La parmigiana Chiesi, per 75 milioni di euro, ha fatto sua Atopix Therapeutics. Interpump, che aveva aperto il 2016 acquisendo Endeavour, ha centrato perfino una briciola nel settore dei tubi per l’oleodinamica, come l’inglese Bristol Hose (meno di un milione di euro); insieme al M&A di grandi dimensioni, le microacquisizioni fanno parte della strategia commerciale e di assistenza post-vendita del gruppo reggiano. Hera ha già messo a segno due acquisizioni dall’inizio dell’anno: Aliplast, azienda di Treviso specializzata nella raccolta e nel riciclo di rifiuti plastici con un fatturato di 100 milioni annui e la pisana Teseco specializzata nel trattamento di rifiuti industriali. Proprio l’altro ieri, per finire la carrellata, il numero uno degli “acquisitori seriali” emiliano romagnoli, la reggiana Interpump di Fulvio Montipò ha comprato il gruppo spagnolo Inoxpa specializzato negli impianti per il trattamento di fluidi alimentari. Insomma a cavallo tra 2016 e 2017 sono già andate in porto una dozzina di operazioni. E’ una crescita continua dal 2011 in poi, a ritmo ben superiore rispetto alla media italiana. Secondo un’analisi di Kpmg, dopo un periodo di stabilità in termini di volume, le M&A che hanno coinvolto la via Emilia negli ultimi 9 mesi del 2016 hanno raggiunto quota 103, pari a circa il 19% dei volumi totali del mercato italiano (551) per un controvalore di 2,5 miliardi di euro sul complessivo nazionale di 39 miliardi. Andando indietro negli anni il peso della nostra regione nel M&A era molto minore: nel 2011 le operazioni furono appena 63, sulle 329 complessive italiane, pur coprendo in valore 4,8 miliardi dei 28 totali. Analizzando meglio i dati si notano due peculiarità: da una parte la preponderanza degli stranieri su suolo emiliano; dall’altra l’esistenza di una forte squadra nostrana di “acquistori seriali”. In entrambi i casi i settori prediletti per le operazioni sono quello industriale (41%) e consumer (33%). Negli ultimi sei anni infatti si sono concluse ben 436 transazioni per un controvalore di 16 miliardi di euro e quelle estero su Emilia-Romagna sono state ben 121 per un importo complessivo di 9 miliardi, cioè più del 25% del totale italiano (179 per 13 miliardi di valore). Se a queste aggiungiamo le 101 M&A effettuate da aziende di altre regioni (valore 1,7 miliardi; un esempio su tutti Dedalus che si compra i software sanitari di Noemalife) e le 52 realizzate all’interno dell’Emilia-Romagna (valore 500 milioni), risulta che le nostre aziende sono state bersaglio di 274 operazioni. I casi più eclatanti? Parmalat, che nel 2011 è stata acquisita dai francesi di Lactalis, uno shopping pari a quasi l’80% del valore totale dell’M&A in regione per quell’anno. Poi Ceramiche Marazzi, finite nelle mani a stelle e strisce del gruppo Mohawk, e il buyout dei vetri parmigiani di Bormioli da parte del fondo Vision capital. Le nostre aziende però non stanno a guardare. Non sono da meno infatti le loro incursioni in qualità di «bidder», cioè di compratrici: 190 transazioni per uno scambio pari a 4 miliardi, di cui 3,5 realizzati acquistando oltreconfine. La Chiesi Farmaceutici che acquisisce gli asset cardio di The Medicines Company e la famosa fusione per incorporazione di Yoox con Net- A-Porter del gruppo Richemont. A svettare sono sempre i quattro campioni dello shopping emiliano: Interpump del reggiano Fulvio Montipò (dal 2011 14 acquisizioni); Coesia (13); la già citata Granarolo (11) a pari merito con il centro di calcolo e studi Crif (11). C’è poi da sottolineare un altro dato messo in evidenza dallo studio di Kpmg: le nostre aziende, quando comprano, tendono sempre a valorizzare i manager locali.

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